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LʼIslamismo č Pių Grande della Violenza

Guerra, Illusione e Saggezza nelle Religioni Monoteiste


Carlos Cardoso Aveline






È segnale di una nobiltà perfetta dimenticare le
attenzioni che gli altri ti danno in modo da ricordarti di
quelle che devi agli altri; e dare più importanza agli errori che
tu commetti rispetto a quelli che gli altri commettono contro di te.

[Pensiero islamico, citato da “As Mais Belas Páginas
da Literatura Árabe”, Mansour Challita, ACIGI, RJ, p. 221]
 


Divisa tra il mondo animale e il mondo divino, lʼanima umana è frequentemente contraddittoria. Cielo e terra lottano in essa ad ogni istante, e questa contraddizione si riflette nelle scritture delle religioni convenzionali, che includono grano e pula e ancora oggi sono basate, in buona parte, su antiche superstizioni.

Lʼislamismo è un esempio – tra gli altri – della convivenza difficile tra luce e ombra, verità e illusione, pace e conflitto. In questa tradizione piena di contrasti, inaugurata dal profeta Maometto nel 7° secolo della nostra era, la più bella spiritualità si mischia alla più completa ignoranza. La fede dellʼIslamismo possiede perle di saggezza e bellezza incomparabili. A fianco di queste, punti oscuri giustificano lʼodio, la violenza e il preconcetto.

Dentro e fuori dellʼislamismo, le forme tradizionali di religiosità si trovano oggi davanti a un dilemma: cambiare o scomparire. La coscienza planetaria del 21° secolo rigetta i dogmi. Tra la lettera morta e lo spirito vivo, la scelta è chiara. È sempre più necessario comprendere quello in cui si crede. Si cerca una coerenza tra parole e atti. LʼIslam, il cristianesimo e il giudaismo – tre religioni che soffrono sotto il dogma dellʼillusione monoteista – necessitano di rincontrare la fonte comune della saggezza universale che illumina tutte le filosofie e religioni. Le religioni devono liberarsi dalle loro superstizioni e rompere con la dominazione mentale dei loro popoli per mezzo di burocrazie sacerdotali che, in più di unʼoccasione, incitano alla violenza. Abbandonando lʼillusione di un dio unico e la fantasia che esiste solo unʼunica tradizione religiosa autentica, il giudaismo, lʼislamismo e il cristianesimo potranno compiere delle funzioni positive nel lungo processo di costruzione di una solidale civiltà globale, interreligiosa, universalista, eticamente corretta ed ecologicamente sostenibile.

La capacità di fare autocritica rivela il grado in cui è possibile avere lʼauto-rigenerazione di una tradizione idealista. È necessario ammettere che, durante il papato di Giovanni Paolo II, il cristianesimo cattolico fece alcuni timidi passi in questa direzione. Dal marzo del 2000 e fino alla conclusione del papato, Giovanni Paolo assunse unʼatteggiamento parzialmente rinnovatore. Nel novembre del 2001, egli usò Internet per chiedere perdono ai popoli indigeni australiani “per le vergognose ingiustizie” commesse dalla Chiesa nella regione. È vero che Giovanni Paolo II appoggiava ampiamente lʼestrema destra del Vaticano. Giovanni Paolo aiutò a perseguire, tra gli altri, il pensatore brasiliano Leonardo Boff, la cui opera possiede punti in comune con la saggezza teosofica. Ma Giovanni Paolo compì anche azioni positive. Egli chiese perdono agli ebrei per lʼanti-semitismo del Vaticano. Si lamentò degli errori del cattolicesimo commessi contro i cristiani ortodossi e contro la popolazione e la cultura della Cina. Chiese scusa per gli errori del Vaticano in relazione alle altre religioni. Fece autocritica in relazione alle crociate, allʼInquisizione e alla persecuzione di scienziati come Galileo Galilei. Giovanni Paolo II si lamentò anche della complicità della chiesa romana con la persecuzione e il massacro di neri e di indiani, e dellʼappoggio della burocrazia sacerdotale alle dittature sanguinolente dellʼAmerica Latina.

I crimini commessi o incentivati a partire dal Medio Evo dalla cupola del Vaticano non sono, però, unʼesclusività cristiana.

Sebbene la letteratura indù sia di una profondità e di una saggezza straordinarie, la forza cieca del fanatismo induista non può essere sottostimata. In India la parola sati significa, letteralmente, “buona sposa”. Un costume secolare, seguito fino al secolo 19° dalla burocrazia bramanica, obbligava la morte delle vedove in cerimonie pubbliche chiamate sati. In tali rituali, immaginariamente sacri, le “ buone spose” venivano bruciate vive, insieme ai corpi dei loro mariti morti. Fino ad oggi la donna non è rispettata in India. Lʼombra del rituale “sati” esiste ancora. Questo non è tutto. Cʼè il disprezzo per le povere caste “inferiori” nellʼIndia del 21° secolo. E anche il fanatismo induista nella relazione con le altre religioni. Alle origini del buddismo, lʼinduismo ortodosso perseguitò ed uccise migliaia di seguaci della nuova religione. Il buddismo dovette essere ricostruito a partire dalla Cina. Stessa cosa nei tempi attuali, ampi settori radicali dellʼinduismo giustificano la violenza contro i seguaci di unʼaltra religione: lʼislamismo.

Il panorama dellʼintolleranza è vasto. Non è difficile percepire lʼesistenza di un fanatismo religioso giudaico. Gruppi estremisti del giudaismo promossero nel 1995 lʼassassinio dello stesso primo ministro israeliano, Itshak Rabin, considerato “traditore” per il fatto di desiderare la pace con i palestinesi. La Torah giudaica e il Vecchio Testamento cristiano giustificano la violenza contro i nemici. Nel buddismo non sembra che ci siano errori tanto gravi, né tanto numerosi quanto nelle altre religioni. Sebbene riconosca lʼesistenza di intelligenze divine, il buddismo non partecipa della fantasia di un dio monoteista, che è alla base dellʼintolleranza interreligiosa. Libero dallʼidea di un “dio salvatore”, il buddismo è una religione filosofica, non dogmatica, che insegna la liberazione spirituale ottenuta per merito proprio. Nonostante questo, il buddismo soffre di ritualismi, superstizioni e ipocrisia sacerdotale. Ci sono stati errori, tradimenti e assassini, nel Tibet buddista prima dellʼinvasione cinese. Lo stesso XIV Dalai Lama subì un attentato che includeva il tradimento di alti sacerdoti, durante la sua gioventù. Il film biografico “Kundun”, di Martin Scorsese - che può trovarsi nelle biblioteche – mostra questo episodio specifico e rivela la decadenza generale del clero buddista nel Tibet, allʼinizio del 20° secolo. Tale decadenza ha una relazione karmica di causa ed effetto con lʼinvasione cinese che si verificò nella metà del secolo.

La trasparenza e lʼaccettazione onesta degli errori nobilita qualsiasi movimento di idee elevate e di nobili ideali. La mistificazione e la pretesa di infallibilità sono segni della mente mediocre. Nel contesto generale formato dalla decadenza etica delle grandi religioni settarie, lʼislamismo non fa eccezione e necessita di rivedere le sue pratiche esclusiviste ed autoritarie. Uno dei punti fondamentali si riferisce alle donne. Il quarto capitolo del Corano, dedicato ad esse, non solo considera le donne inferiori agli uomini, ma stabilisce che sono proprietà esclusiva di essi, una volta che egli abbia sufficiente denaro per sostenerle. Nello stesso capitolo, il Corano afferma:

“Gli uomini hanno autorità sulle donne perché Dio [Allah] li fece superiori ad esse, e perché spendano denaro per mantenerle. Le buone spose sono obbedienti e mantengono la loro virtù in assenza del loro marito, come Dio ha stabilito. Quando avete paura che esse si ribellino, esortatele, espelletele dal loro letto e picchiatele. (…)” [1]

Qui abbiamo una religione che autorizza la violenza contro le donne. Il passo è contrario ad ogni buon senso e non necessita alcun commento.

In relazione alla guerra, il Corano ignora il principio della nonviolenza, autorizza ad uccidere e dà istruzioni specifiche nel capitolo 47:

“Quando in combattimento incontrate i miscredenti, colpiteli al collo finché non li abbiate soggiogati, poi legateli strettamente. Dio [Allah] farà sì che non vadano perdute le opere di coloro che saranno stati uccisi per la sua causa. Li guiderà, migliorerà la loro condizione e li introdurrà nel Paradiso di cui li ha resi edotti.”

Fanatici assassini possono interpretare il passaggio come una garanzia di salvezza eterna. Poche linee più avanti, dice il Corano:

“Dio [Allah] è protettore di chi crede. I miscredenti non hanno protettore.” [2]

Implicita in questa frase, il fanatico può facilmente vedere lʼidea che quelli che non credono nellʼIslam sono “infedeli” e indegni della protezione divina. Parlando dei non-musulmani, il Corano afferma nello stesso passo:

“E poiché detestano quello che Dio [Allah] ha rivelato, Egli ridurrà a niente le loro opere. Non è forse che non camminano sulla terra e che non vedono ciò che capitò a quelli che li precedettero? Dio li annichilì. Uguale fine spetta ai miscredenti.”

Il Corano afferma, ancora:

“E se sarete uccisi o perirete per causa di Dio [Allah], sappiate che il perdono di Dio e la misericordia di Dio valgono di più di quello che gli altri accumulano. Che moriate o che siate uccisi, invero è verso Allah che sarete ricondotti.” [3]

Un altro passaggio che può essere facilmente utilizzato per giustificare il fanatismo si incontra nel capitolo 61 del Corano, versi 8-12, attraverso i quali la scrittura afferma che lʼIslam deve vincere le altre religioni, e deve farlo per mezzo della forza:

“Egli è Colui che ha inviato il Suo Messaggero [Maometto] con la guida e con la religione della verità, affinché essa prevalga su tutte le altre religioni a dispetto degli idolatri. O voi che credete. Vi indicherò un procedimento che vi salverà da un doloroso castigo. Credete in Dio e nel suo Inviato e lottate per Lui con i vostri beni e con la vostra vita. Egli perdonerà i vostri peccati e vi farà entrare nei giardini dove scorrono i ruscelli e nelle piacevoli dimore del Giardino di Eden.”

Questi versi del Corano sono particolarmente pericolosi per due motivi. Da un lato, possono essere usati per giustificare la violenza, lʼassassinio e lʼuso del suicidio come arma da guerra. Dallʼaltro, sembrano stabilire una relazione commerciale con la divinità, degradando la ricerca religiosa.

Tuttavia, lʼIslam possiede buone soluzioni per i problemi che esso stesso ha creato.

Il sufismo, corrente mistica dellʼislamismo, lavora con insegnamenti che eliminano la possibilità dellʼodio, dellʼanti-semitismo o del non rispetto verso qualunque forma di vita. Inayat Khan (1882-1927), maestro della tradizione sufi, scrisse sul rispetto di tutti gli esseri:

“In Oriente, esiste il costume di offrire olio ad ʻHanumanʼ, un idolo rappresentato con lʼimmagine di un macaco. Lʼadorazione di questo idolo consiste nel cospargere lʼolio sopra di esso. (…) Lʼidolo ʻHanumanʼ è un simbolo della natura primitiva dellʼuomo, e nel cospargere lʼolio in adorazione di Hanuman vi è una lezione da apprendere per chi lo adora: per quanto grande sia la sua evoluzione, è necessario il rispetto della natura primitiva, perché tutto si aggiusta nello schema più grande della natura. Quando lʼuomo unisce le sue mani in umiltà davanti lʼimmagine di un macaco, vi è in questo una lezione da apprendere: la vita è tale che, nonostante tutta la nostra evoluzione, se non considerassimo la natura primitiva che esiste nellʼuomo, ci mancherebbe qualcosa. (…) Partecipiamo della natura primitiva per mezzo del risentimento. Per mezzo della rivolta contro di essa, aggiungiamo combustibile sul fuoco. Per mezzo della saggezza, della pazienza e della bontà possiamo rallentare la natura primitiva dentro noi stessi e negli altri.” [4]

Anche se considerassimo altri esseri umani meno evoluti di noi, il che può essere mera arroganza, dovremmo ancora avere rispetto e considerazione e non odiare le nature che consideriamo più primitive. Nella peggiore delle ipotesi, arabi ed ebrei devono possedere questo sentimento di rispetto lʼuno per lʼaltro.

Uno dei principali pensatori classici dellʼislamismo, Avicenna, descrive il saggio come un ricercatore della verità, e come un essere non violento. Nel pieno dellʼ11° secolo, Avicenna scrisse:

“Per quelli che non sono arif (conoscitori illuminati), lʼascetismo è una specie di operazione commerciale, come se essi comprassero, con i beni di questo mondo, i beni dellʼaltro mondo. Per il conoscitore illuminato, lʼascetismo è una astensione da ciò che allontana lʼintimo del suo essere dalla verità, e costituisce un disprezzo per tutto ciò che non è verità.”

Lʼideale del saggio islamico, secondo Avicenna, risiede molto lontano dalla credenza cieca:

“Il conoscitore illluminato cerca la Verità. Egli la ricerca per se stessa e non per qualche altro motivo. Non cʼè nientʼaltro che preferisce a questa conoscenza profonda. Egli non presta il culto che ad essa, e non per un ardente desiderio o per timore – sebbene questi esistano – ma soprattutto perché essa lo merita e perché, tra lʼadorazione e la verità, cʼè una relazione piena di nobiltà.”

arif o saggio non ha lʼatteggiamento di qualcuno che si considera superiore agli altri:

“Lʼarif è allegro, di buon umore, sorridente, onora il piccolo come il grande. (…) E come fa ad essere diversamente, quando la verità e tutte le cose lo riempiono di allegria, perché in tutte le cose egli vede la verità? E come fa a non porre tutte le persone nella stessa posizione di uguaglianza, dal momento che per lui tutti sono uguali e oggetti di misericordia divina? Lʼarif è coraggioso. E come non potrebbe, se è generoso e magnanimo, estraneo dalla paura della morte e libero dallʼamore per il falso? Come non potrebbe esserlo, se egli stesso è troppo grande da essere incitato al male dagli errori degli uomini, o per portare rancori? Come non potrebbe esserlo, quando il suo pensiero è occupato dalla Verità?” [5]

E Jalaludin Rumi, il mistico sufi del 13° secolo, scrisse:

“In ultima analisi, tutto si basa sullʼamore. Dio [Allah], venne detto nel Corano, è più vicino allʼuomo della sua stessa vena giugulare. Il mistico lo scopre nel suo cuore, se egli ama.”

In un altro passaggio, Rumi domanda saggiamente alla sua anima immortale:

“Chi è colui nel mio udito che ode la mia voce, chi è colui che pronuncia le parole nella mia bocca? Chi, nei miei occhi, ha preso in prestito la mia vista? Qual è quindi lʼanima, infine, di cui sono il vestito?” [6]

Tuttavia, Jalaludin Rumi era umano e – essendo tale – era imperfetto. Persino nella massima opera di questo grande mistico, intitolata Masnavi, è possibile incontrare segnali di anti-semitismo e di disprezzo per il popolo giudaico, dalla cui ispiratrice tradizione religiosa sorse non solo il cristianesimo ma anche lo stesso islamismo. [7]

Non cʼè religione, scienza o filosofia interamente libera dalla superstizione e dal fanatismo. Da qui sorge la grande importanza dello studio comparato di tutte quante. Questo amplia i nostri orizzonti e, allo stesso tempo, fa in modo che conosciamo meglio le limitazioni della nostra conoscenza personale. Studiare tutte le religioni dà una lezione di umiltà. Ma, allo stesso tempo, stimola il nostro discernimento e dà libertà intellettuale per essere indipendenti dalle superstizioni e dai dogmi di questa o quella tradizione. Il miglior cammino include questo insegnamento del Corano, che raccomanda di essere giusti e inoffensivi:

“Dio [Allah] non arreca danno ad alcuno, nemmeno a colui che abbia il peso di una formica.” (Capitolo 4, verso 40.)

I musulmani estremisti credono in una guerra santa (“jihad”) contro gli “infedeli”. A fine novembre 2008, un’organizzazione islamica illegale promosse degli attacchi terroristici che uccisero centinaia di persone a Mumbai, in India. Alcune settimane più tardi, la rivista teosofica internazionale “The Theosophical Movement”, redatta a Mumbai, pubblicò un articolo sulla relazione tra lʼislamismo e il terrorismo.

Legata alla Loggia Unita dei Teosofi, la rivista affermò:

“Gli attacchi terroristici in India e in altri paesi hanno creato lʼimpressione che lʼidea della ʻjihadʼ sia centrale nellʼinsegnamento del Corano. In primo luogo, la parola ʻjihadʼ è usata nel Corano nel suo senso originale, ovvero, essa significa ʻsforzoʼ, uno sforzo per il miglioramento della società, uno sforzo per lʼampliamento della bontà (maruf) e per la restrizione della malvagità (munkar). Sebbene la parola ʻjihadʼ appaia 41 volte nel Corano, non cʼè una sola volta in cui essa venga usata nel senso della guerra. Sono quattro i valori più fondamentali secondo il Corano: la giustizia (ʼadl), la benevolenza (ihsan), la compassione (rahmah) e la saggezza (hikmah). Colui che smette di praticare questi valori difficilmente potrà presentarsi come vero musulmano. Possiamo aggiungere che la compassione è un elemento centrale degli insegnamenti del Corano, e che la parola appare nel Corano 335 volte. Cʼè una grande enfasi sulla giustizia, in questo libro, rispetto a tutte le questioni sociali e politiche. Coloro che promuovono la ʻjihadʼ nella forma di atti terroristici stanno cercando vendetta, mentre un buon musulmano dovrebbe imparare a perdonare, proprio come fa Allah.” [8]

La rivista cita parole di un quotidiano indiano:

“Il nostro mondo è oggi molto diverso dallʼArabia del VII° secolo, e pertanto dovremmo seguire di più lʼetica del Corano e non le sue incitazioni alla guerra.”

Le onde del conflitto interculturale, interreligioso e politico-militare che stanno verificandosi in varie regioni del Medio Oriente – e fino agli Stati Uniti e in Europa – rendono più attuale che mai la necessità di rivedere le differenti tradizioni religiose alla luce dellʼetica e della saggezza universale, e liberarle così dai dogmi ciechi, dal nazionalismo tribale e dallʼintolleranza.

Invece del culto della violenza, lʼumanità ha bisogno di accelerare ogni volta di più il dialogo interreligioso, includendo quello islamico-giudaico. Questa era la meta, nel 2001, del pioniere rabbino israeliano Menahem Froman. Nellʼaprile di quellʼanno egli si riunì con Iasser Arafat, allora presidente dellʼAutorità Nazionale Palestinese. Parlando alla rivista “Newsweek”, il rabbino Froman affermò:

“Sono un rabbino e come tale provo ad ottenere la corretta atmosfera spirituale. Non risolvo problemi, ma provo a fortificare la base sopra la quale i problemi possono essere risolti. (…) Ho un puro interesse religioso di apprendere insieme ai musulmani. Questo è il grande segreto della religione: incontrare lʼaltro. Amare il prossimo, questa è la chiave della religione.” Il rabbino propugna la creazione di un comitato congiunto di sacerdoti islamici e giudaici per discutere gli aspetti religiosi del conflitto in Medio Oriente. [9]

Dal 2001, ci sono sempre stati altri esempi, numerosi e maggioritari, di musulmani ed ebrei che desiderano la pace e lʼaiuto reciproco. Le lezioni di semplicità, rispetto e tolleranza sono nellʼessenza delle religioni. Basta trascendere il guscio esteriore per vedere lʼideale comune alle differenti tradizioni religiose.

Essendo fedeli ai loro stessi ideali, le diverse culture sapranno vivere in pace realizzando, a poco a poco, il compito congiunto di costruire un mondo migliore. E lì ci sarà lʼislamismo, al lato dei cristiani, degli ebrei, dei buddisti e degli induisti, libero dallʼodio e dalla violenza, aperto alla luce della saggezza universale.


NOTE:

[1] “Il Corano”, sulla donna, vedi cap. 4, versi da 34 a 36.

[2] “Il Corano”, cap. 47, versi 4 a 11.

[3] “Il Corano”, cap. 3, versi 157-158.

[4] “Gathas”, di Hasrat Inayat Khan, FEEU, Porto Alegre, Movimento Sufi no Brasil, edizione di 316 pp., vedi pp. 19-20.

[5] “As Mais Belas Páginas da Literatura Árabe”, selezione organizzata da Mansour Challita, Associação Cultural Internacional Gibran, RJ, vedi pp. 105-106.

[6] “Rumí e o Sufismo” di Eva de Vitray-Meyerovitch, ECE Editora, SP, 1990, 162 pp., vedi p. 127.

[7] Sui segnali di anti-semitismo in Rumi, vedi “Masnavi”, di Jalaludin Rumi.

[8] “The Theosophical Movement”, rivista mensile legata alla Loggia Unita dei Teosofi, Mumbai, India, edizione di dicembre 2008, vedi pp. 77 e 78.

[9] “Newsweek”, rivista settimanale degli Stati Uniti, edizione del 16 aprile del 2001, p. 54.

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Traduzione in Italiano a cura di Marco Bufarini. Data di pubblicazione in Italiano: Gennaio 2015

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Sul mistero del risveglio individuale alla saggezza dellʼuniverso, leggi lʼedizione luso-brasiliana di “Luz no Caminho”, di M. C.



Con traduzione, prologo e note di Carlos Cardoso Aveline, lʼopera ha sette capitoli, 85 pagine, ed è stata pubblicata nel 2014 dal “The Aquarian Theosophist”.

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